Prima di iniziare un percorso analitico possono emergere domande, esitazioni, timori. È comprensibile.
Questo spazio è pensato per accoglierli, senza forzarli, offrendo alcune prime coordinate sul modo in cui si svolge il lavoro analitico.
Il timore del giudizio
In un percorso analitico l’analista non emette giudizi, consapevole del fatto che ogni vissuto, ogni paura, ogni agito sono parte dell’umano, di ciascuno di noi. Ognuno di noi è attraversato da ombre e dare spazio a queste dimensioni è un processo di cura, un processo terapeutico nel senso più profondo del termine.
La riservatezza di ciò che è indicibile
La relazione analitica si fonda sul segreto professionale. L’obiettivo è creare uno spazio in cui anche ciò che viene vissuto come indicibile possa essere ascoltato, possa diventare “dicibile”, nel massimo riserbo. Quanto emerge negli incontri resta confinato nella relazione e non verrà mai condiviso con terzi, se non per tua esplicita volontà.
Il desiderio o il dubbio di una diagnosi
L’analista biografico non parte da una diagnosi, pur essendo informato sui processi di diagnosi psicoanalitica (talvolta utile a suggerire prassi relazionali), non è titolato a farlo e soprattutto è convinto che nel percorso di analisi biografica sia importante individuare, per lascarla emergere, la propria unicità oltre ogni diagnosi.
Il timore di essere interpretati
L’analisi biografica non è un lavoro di smascheramento né di diagnosi. L’analista non è un detective che possiede verità nascoste da rivelare. Nella stanza di analisi, piuttosto, possono accadere avvenimenti: qualcosa emerge, qualcosa si muove nella relazione, diventano sperimentabili nuovi modi di stare con ciò che ha ferito. Quando viene proposta un’interpretazione, non ha valore di verità, ma di possibilità: ha senso solo se, insieme, risulta utile al processo in corso.
Il sentirsi “problematici” o senza possibilità
Entrare in contatto con le parti problematiche della propria storia è uno dei principi che guidano l’analisi biografica, mossa da un desiderio di verità e dall’idea che fare unità dentro di sé sia un modo per accedere alla propria umanità. Nessuno coincide interamente con il proprio problema: non siamo mai solo ciò che ci ferisce o ci blocca, siamo sempre anche altro.
La vergogna
Può emergere vergogna nel raccontare sentimenti, azioni o vissuti che giudichi imperdonabili, deboli o sbagliati. È parte del lavoro. Un percorso analitico mira proprio a costruire uno spazio in cui anche ciò che destabilizza possa trovare posto, senza forzature. Nulla deve essere detto che non si sente di condividere: anche il silenzio, talvolta, è parte significativa di ciò che accade nella stanza di analisi.